lunedì 29 ottobre 2012

IL BRASILE ATTIRA GLI INVESTITORI




In realtà la stessa cosa sta succedendo adesso tra le economie avanzate: grosse, poderose, macchinari dagli ingranaggi sempre più arrugginiti, le grandi economie del Vecchio Continente sono diventati la personificazione vivente del famoso “too big to fail” ovvero troppo grossi per fallire. Proprio come la caduta di un gigantesco dinosauro.
E chi invece, si sta abituando a prendere il loro posto? Le piccole economie emergenti che possono vantare una forza lavoro maggiore, meno pretese sugli standard di vita e una popolazione giovane e numerosa. Proprio come i piccoli mammiferi.
Un esempio su tutti, il Brasile, un colosso economico con 190 milioni di abitanti e un prodotto interno lordo che sarà rivale della Germania nei prossimi anni.
In generale, il paese ha seguito politiche sensate per stabilizzare il debito, il commercio e il sistema bancario nel corso degli ultimi 15 anni. Così il Brasile ora ha molte più opzioni rispetto al passato, sia politicamente che economicamente, di agire come una vera e propria zona di incontro e fusione e di interagire tra Nord e Sud, Est e Ovest.
Ormai il concetto di Brics, ottimamente elaborato a suo tempo, non ha modo di esistere, nel senso che, ognuno di quei Paesi (Brasiel, Russia, India, Cina e Sudafrica) ha preso la strada di uno sviluppo consapevole ed autonomo. E tra loro il Brasile è quello che ha fatto la strada più completa e che ora a differenza degli altri è quello che presenta meno handicap.
Secondo quanto riportato dal Market Watch, il Brasile, stando alle stime del FMI potrà puntare a una crescita annua del 4% in media.
Certo la produttività potrebbe essere potenziata come anche la resa dei servizi pubblici che con il controllo dello Stato nelle imprese sono i talloni d’Achille dell’economia nascente. E anche i flussi di denaro che stanno arrivando da parte degli investitori non sono poi tanto malvisti come si potrebbe credere dopo le scintille scoppiate in seguito alla guerra valutaria con la Fed, infatti il denaro sarà la linfa vitale che riporterà il tasso di crescita ben vicino a quel 7,5% registrato negli anni precedenti anche grazie alla presenza di vaste ricchezze minerarie ed agricole dal punto di vista geografico e alla ristrutturazione del debito e alla riforma fiscale con gli Stati federali, per quanto riguarda le iniziative politiche.
Inoltre, proprio in quest’ultimo caso si delineano grandi progetti nel settore del petrolio e del gas (Petrobas, la compagnia petrolifera di Stato ha in programma nel prossimo quinquennio una serie di investimenti pari a 240 miliardi di dollari), in quello industriale ed agricolo, ma soprattutto nel potenziamento di vastissime opere di infrastrutture






LA GRANDE DEPRESSIONE



La grande depressione, detta anche crisi del 1929, grande crisi o crollo di Wall Street, fu un grave tracollo economico che sconvolse l'economia mondiale alla fine degli anni venti, con forti ripercussioni durante i primi anni del decennio successivo. La depressione ebbe alla propria origine contraddizioni simili a quelle che avevano portato alla crisi economica del 1873-1895. L'inizio della grande depressione è associato con la crisi del New York Stock Exchange (la borsa di Wall Street) avvenuta il 24 ottobre del 1929 (giovedì nero), a cui fece seguito il definitivo crollo della borsa valori del 29 ottobre (martedì nero), dopo anni di boom azionario.
La depressione ebbe effetti devastanti sia nei paesi industrializzati, sia in quelli esportatori di materie prime. Il commercio internazionale diminuì considerevolmente, così come i redditi dei lavoratori, il reddito fiscale, i prezzi e i profitti. Le maggiori città di tutto il mondo furono duramente colpite, in special modo quelle che basavano la loro economia sull'industria pesante. Il settore edilizio subì un brusco arresto in molti paesi. Le aree agricole e rurali soffrirono considerevolmente in conseguenza di un crollo dei prezzi fra il 40 e il 60%. Le zone minerarie e forestali furono tra le più colpite, a causa della forte diminuzione della domanda e delle ridotte alternative d'impiego.
L'economista John Kenneth Galbraith ha individuato almeno cinque fattori di debolezza nell'economia americana responsabili della crisi:
  • cattiva distribuzione del reddito;
  • cattiva struttura, o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie;
  • cattiva struttura del sistema bancario;
  • eccesso di prestiti a carattere speculativo (Margin);
  • errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l'economia).
Dopo la Grande Guerra gli Stati Uniti conobbero un periodo di prosperità e progresso trainato soprattutto dal settore automobilistico (che a sua volta trascinò con sé altri settori come l'industria metallurgica, della gomma, il settore petrolifero, dei trasporti ed edile). Sembrava essersi innescato un circolo virtuoso: l'alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato. Questo favoriva quindi gli investimenti che permettevano a loro volta di aumentare la produttività. Tuttavia agli investimenti e al continuo aumento della produttività, non corrispose una proporzionata crescita del potere d'acquisto. Nei primi anni dopo il primo conflitto mondiale, lo sviluppo era stato infatti sostenuto dai risparmi accumulati negli anni della guerra e dai bassi tassi d'interesse.
Una seconda contraddizione interna all'economia statunitense era rappresentata dal sistema finanziario. Non furono posti limiti alle attività speculative delle banche e della borsa valori, dovute alla volontà da parte degli acquirenti di detenere titoli, non tanto per ottenere dividendi e dunque profitti, quanto per aumentare il proprio capitale. Si comperava per rivendere, senza preoccuparsi della qualità dei titoli: all'aumento della domanda dei titoli si accompagnò quella delle quotazioni. A tutto questo va aggiunta la responsabilità dei rappresentanti delle holding che detenevano portafogli d'azioni e che quindi avevano interesse che i corsi dei titoli si alzassero. Per spingere i risparmiatori all'acquisto dei titoli, questi effettuavano dichiarazioni troppo ottimistiche. L'aumento del valore delle azioni industriali, però, non corrispose a un effettivo aumento della produzione e della vendita di beni tanto che, dopo essere cresciuto artificiosamente per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, scese rapidamente e costrinse i possessori a una massiccia vendita, che provocò il crollo della borsa.
La caduta della borsa colpì soprattutto quel ceto di media borghesia che nel corso degli anni venti aveva sostenuto la domanda di beni di consumo durevole e aveva investito i propri risparmi in borsa. La loro uscita dal mercato indeboliva, quindi, proprio le industrie produttrici di beni di consumo durevole (come quello dell'auto). Queste industrie cessarono di commissionare materiali a quelle operanti negli stessi settori, le quali dovettero ridurre il personale e ridurre i salari, provocando una contrazione anche nei settori dei beni di consumo (come quello agricolo).
La situazione era poi aggravata dalla stretta interconnessione che legava il settore industriale a quello bancario. Infatti, nel momento in cui la borsa crollò, si diffuse un'ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori i quali si precipitarono nelle banche nel tentativo di salvare il proprio denaro. Il ritiro del denaro dal mercato provocò una crisi di liquidità di ampie dimensioni e il fallimento di molte banche che trascinarono nella crisi le industrie nelle quali avevano investito. Molte di queste furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionarsi. I licenziamenti, operati dalle aziende in crisi, portarono a una elevata diminuzione delle domande di lavoro, bloccando quasi completamente l'economia americana. La produzione industriale scese di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932.

Il sistema economico globale [modifica]

Famiglia californiana durante la grande depressione. Il cosiddetto ceto medio fu particolarmente colpito dalla crisi economica.
Tuttavia la causa principale che portò il crollo finanziario a diventare una depressione economica di enormi dimensioni fu la chiusura delle economie nazionali e coloniali. Così come nella Grande depressione del 1873-95, furono i dazi doganali a deprimere l'economia. Alcuni stati producevano beni in surplus che però altri stati non acquistavano, poiché venivano resi troppo costosi dai dazi all'importazione imposti per favorire i produttori interni. Quindi quando in un paese produttore un dato bene raggiunge livelli di saturazione, il prezzo scende tanto che non è più conveniente produrre quel bene, a meno di trovare nuovi mercati che possano assorbire parte delle merci. In assenza di nuovi mercati la produzione, pur mantenendo un potenziale valore, si ferma. Per fare un esempio riguardo alla crisi degli anni 1873-95 il grano è il bene ideale: negli Stati Uniti vi era una sovrapproduzione di grano dovuta all'ampiezza degli spazi coltivati estensivamente e alla bassa densità di popolazione. I progressi tecnologici consentivano di trasportare il grano su distanze sempre più lunghe, cosicché gli USA iniziarono a esportare grano in Europa, che lo acquistava a prezzo più basso rispetto a quello locale. Questo danneggiava i proprietari terrieri europei, i quali imposero ai governi i dazi per bloccare le importazioni dall'America. Ciò produsse le seguenti conseguenze:
  • carenza di grano in Europa e quindi prezzi più alti;
  • eccedenza di grano in USA con conseguente abbandono di terre coltivate e disoccupazione;
  • mancato afflusso di beni dall'Europa all'America (coi quali veniva pagato il grano); tali beni potevano essere prodotti industriali o minerari o beni di lusso.
In definitiva:
  • al popolo europeo veniva a mancare il nutrimento a basso prezzo;
  • ai grandi coltivatori americani venivano a mancare quei beni "superflui" ma che erano l'incentivo alla produttività agricola;
  • i coltivatori americani più piccoli e i dipendenti restarono senza lavoro;
  • i beni "superflui" che restavano in Europa andavano alle classi agiate (anche agricole) locali, che li potevano acquistare a prezzo più basso rispetto al prezzo che avrebbero pagato gli americani;
  • i produttori europei di questi beni superflui vedevano anch'essi ridotte le loro entrate, il che li portava in alcuni casi al fallimento o al licenziamento dei dipendenti.
Come si vede questo circolo vizioso nuoce a tutti fuorché a una ristretta minoranza, ma in una visione più ampia nuoce anche a essa nella crisi economica generale. Lo stesso circolo vizioso che causò la crisi del 1873-95 è la causa principale di quella del 1929, ma con modalità differenti.
La crisi del 1873-95 aveva trovato sbocco con il colonialismo, grazie al quale si erano aperti nuovi mercati nei quali si poteva dirigere il commercio, sebbene ogni colonia commerciasse quasi esclusivamente con la propria nazione, essendo preclusi gli altri commerci tramite dazi che creavano sistemi commerciali isolati gli uni con gli altri. Quella che fu la soluzione alla crisi del 1873-95 portò a quella del 1929, e questo perché a un certo punto anche i mercati coloniali arrivarono al punto di saturazione (e in questo contesto come mercati coloniali si riconosce come tale anche il Sudamerica nei confronti degli Stati Uniti) e l'isolamento dei sistemi commerciali, imposto dai dazi, rese impossibile la diversificazione delle produzioni.
Quindi a causa di questo blocco del commercio si ritornò alla situazione del 1873-95, nella quale le industrie non trovavano sbocchi commerciali per le proprie merci o i prezzi erano tanto bassi da dover abbandonare la produzione, e al contempo i prezzi delle merci da comprare diventavano troppo alti. Con il crescere delle tensioni economiche, i dazi doganali furono l'arma con cui fu combattuta una guerra commerciale tra nazioni, guerra che da commerciale era divenuta militare negli anni 1914-18 e il cui risultato aveva ridato "ossigeno" all'economia globale per qualche anno in più, fino al 1929 appunto. Senza la Prima guerra mondiale la crisi del 1929 sarebbe arrivata molto prima. Se qualche anno prima lo scoppio delle ostilità aveva scongiurato l'imminente crisi (che rappresenta un grosso stimolo all'economia per la massiccia mobilitazione di risorse da parte dei governi), nel 1929 le condizioni internazionali non erano tali da scatenare una guerra. Ma una volta iniziata la Grande depressione, la soluzione venne spasmodicamente ricercata, fino a raggiungerla, nella seconda guerra mondiale, che aprì i mercati coloniali a tutte le nazioni in vista della futura e auspicata indipendenza delle colonie.
Soluzioni intermedie furono adottate durante gli anni Trenta; gli USA diedero l'esempio concedendo l'indipendenza o l'autonomia alle loro colonie (vari staterelli centroamericani e caraibici) [senza fonte], l'Inghilterra fece lo stesso col Trattato di Westminster, ma furono tutte soluzioni effimere.

La visione "austriaca" [modifica]

La Scuola austriaca ha elaborato una teoria in merito alle cause della Grande Depressione che si discosta nettamente dalla visione comune.
L'economista appartenente a tale scuola che più di tutti ha trattato questo argomento è stato lo statunitense Murray N. Rothbard, che, nella pubblicazione La Grande Depressione datata 1963, ha esposto la sua teoria per cui la crisi del '29 sarebbe stata causata non dall'eccessivo libero mercato, come sostenuto da molti, bensì dall'eccessivo interventismo statale nell'economia a partire dagli anni Dieci con il presidente Woodrow Wilson.
La causa principale secondo Rothbard sarebbe stata la politica monetaria tenuta dalla Federal Reserve a partire dalla sua creazione, nel 1913 (sebbene la Federal Reserve sia, come molte altre banche centrali, un organismo indipendente dal governo). La continua espansione del credito ottenuta attraverso tassi tenuti artificialmente bassi e il successivo inevitabile rialzo dei tassi avrebbe causato una reazione a catena che ha portato poi al famoso giovedì nero.
In sintesi, secondo la Scuola austriaca le cause della crisi del '29 furono la politica inflazionistica (permessa anche dall'abbandono del sistema aureo classico) della Federal Reserve iniziata negli anni Dieci (ossia all'inizio della Prima guerra mondiale) combinata con un eccessivo peso dello Stato culminato poi nel New Deal roosveltiano, che secondo gli austriaci non fu altro che la continuazione dell'interventismo del suo predecessore, Herbert Hoover[1].

Le cause della recessione internazionale [modifica]

Grafico della crisi di Wall Street del 1929 sul Dow Jones Industrial Average
Una prima causa di fragilità del sistema economico internazionale è insita nell'eredità dei debiti di guerra. Alla fine del conflitto infatti Gran Bretagna, Francia e Italia si erano ritrovate debitrici con gli Stati Uniti per somme ingenti, che costringevano tutte e tre a una politica di esportazioni molto aggressiva per procurarsi la valuta necessaria a pagare i debiti. Si era quindi fatta strada l'idea di adottare lo stesso espediente dell'indomani della guerra franco-prussiana, quando le riparazioni di guerra imposte alla Francia avevano permesso non solo di coprire il costo della guerra ma anche di consentire la ripresa economica. Perciò fu deciso di addebitare i costi bellici alla Germania.
L'industria tedesca, pur avendo un grande potenziale, era uscita dalla guerra stremata. Da allora gli stessi paesi vincitori, soprattutto gli Stati Uniti, si erano resi conto della necessità di sostenere l'economia tedesca con ingenti finanziamenti. Questi finanziamenti avevano creato un curioso triangolo in cui la Germania usava gran parte di queste risorse per pagare i debiti a Gran Bretagna e Francia, e queste a loro volta usavano i capitali per pagare i propri debiti. Dunque questo sistema sarebbe sopravvissuto fin quando gli U.S.A. fossero stati in grado di esportare capitali in Germania.
Un secondo elemento di fragilità del sistema economico internazionale era costituito dall'assenza di un Paese guida credibile, con la volontà e un'influenza tale da correggere eventuali crisi economiche globali. Dopo la Grande guerra il primato sarebbe dovuto passare in mano agli Stati Uniti, i quali, pur avendo un apparato industriale di gran lunga superiore a quello degli altri paesi, tuttavia non si impadronirono dello status internazionale che gli sarebbe spettato a causa di una politica isolazionista (status che rimase in mano alla Gran Bretagna). L'assenza di un'appropriata guida economico-finanziaria si rifletteva in modo drammatico sul sistema internazionale: nella conferenza di Genova del 1922 venne definito un sistema misto, noto come gold exchange standard, che da una parte garantiva respiro all'economia britannica, dall'altro affidava alla sua finanza un ruolo di regolatore dell'economia internazionale che non era in grado di assumere.

La crisi fuori dagli USA [modifica]

Manifestazione di protesta dei disoccupati a Toronto.
La crisi si propagò rapidamente a tutti i paesi che avevano stretti rapporti finanziari con gli Stati Uniti, a partire da quelli europei che si erano affidati all'aiuto economico degli americani dopo la Prima guerra mondiale, ovvero Gran Bretagna, Austria e Germania, dove il ritiro dei prestiti americani fece saltare il complesso e delicato sistema delle riparazioni di guerra, trascinando nella crisi anche Francia e Italia. In tutti questi paesi si assistette a un drastico calo della produzione seguito da diminuzione dei prezzi, crolli in borsa, fallimenti e chiusura di industrie e banche, aumento di disoccupati (12 milioni negli USA, 6 in Germania, 3 in Gran Bretagna). Va notato che la crisi non colpì l'economia dell'URSS, la quale in quegli anni aveva inaugurato il suo primo piano quinquennale con l'obiettivo di creare una base industriale moderna. Restarono inoltre immuni dalla crisi anche il Giappone - che affrontò la crisi (inclusa la guerra) con misure inflazionistiche - e i Paesi scandinavi che, in quanto esportatori di particolari materie prime, non risentirono della riduzione della domanda dei loro prodotti.
Nel 1931 la Gran Bretagna abbandonò il gold standard, imitata subito dai paesi scandinavi. Nel 1934 sterlina e dollaro vennero fortemente svalutati.

Conseguenze politiche ed economiche [modifica]

Il fallimento dei tentativi iniziali di trovare soluzioni comuni sul piano internazionale alla crisi spinse da una parte tutti i paesi a introdurre misure protezionistiche e a creare "aree economiche chiuse" (maggiore esempio fu il sistema di "tariffe preferenziali" fra gli Stati del Commonwealth britannico deciso nel 1931); dall'altra i governi furono indotti a sperimentare su vastissima scala forme di partecipazione diretta dello Stato alla vita economica nazionale.
Gli Stati svolsero così funzioni imprenditoriali (ricorrendo alla spesa pubblica come elemento strutturale e centrale della dinamica economica nazionale) e previdenziali (con l'attivazione di misure legislative di sicurezza sociale), come avvenne, per esempio negli USA col New Deal (dove si cercò di mettere in pratica politiche keynesiane) e in Italia con la fondazione dell'IRI.
In Germania, che subì in particolare il contraccolpo più violento, la crisi provocò milioni di disoccupati che andarono poi a formare la base di consenso che portò il Partito nazista al potere nel 1933. Nel complesso, nonostante un accenno di ripresa a partire dal 1933, la crisi non fu completamente superata fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.
Il Giappone si riprese continuando la sua politica di espansione imperialista, occupando la Manciuria e instaurando lo stato fantoccio del Manciukuò nel 1931, per poi riprendere l'espansione in Cina occupando la città di Shanghai e altre province. Iniziò così la guerra sino-giapponese, che sarà uno dei fronti della seconda guerra mondiale.

Indice della produzione industriale dopo la crisi del 1929 [modifica]

La seguente tabella riporta gli indici della produzione industriale negli anni immediatamente seguenti la crisi del 1929 ponendo come riferimento a 100 il valore nel 1929.
Grande depressione - indice produzione industriale.svg
Stato193019311932193319341935
Stati Uniti836955636979
Gran Bretagna94868995105114
Francia9985748379
Germania867259688396
Austria9178666875
Italia9384778385
Svezia102978993111
Cecoslovacchia9164606770
Ungheria87828899107
Romania10582101126
Bulgaria10410710398103
U.R.S.S.183

Note [modifica]

  1. ^ A History of Money and Banking in the United States: The Colonial Era to World War II di Murray N. Rothbard.

Voci correlate [modifica]

Altri progetti [modifica]

Collegamenti esterni [modifica]

 
 






IL GRANDE CROLLO DELLA BORSA NEL 1929


Nel 1927, in un periodo caratterizzato da forti investimenti all'estero e da un'economia in continua crescita, i finanzieri di Wall Street rivolsero la propria attenzione al mercato interno e cominciarono ad acquistare azioni in borsa provocando un aumento dei prezzi. In seguito al continuo incremento del volume degli acquisti, i prezzi delle azioni diventarono sempre più alti e si creò così un boom apparentemente naturale che spinse gran parte del pubblico a investire i propri capitali in borsa: molti impegnarono tutti i propri risparmi, incoraggiati da consulenti disonesti o incompetenti; era tale la fede nella capacità del mercato di garantire profitti eccezionali che non appena veniva avviata un'impresa, spesso con programmi ingannevoli o addirittura fraudolenti, tutti correvano ad acquistarne le azioni.
A un certo punto iniziò tuttavia a serpeggiare il timore che anche questa crescita inaspettata sarebbe cessata: la Federal Reserve Bank, la banca centrale statunitense, alzò allora il tasso di interesse, ma solo dell'1%, e suggerì alle banche di non concedere denaro in prestito per gli investimenti in borsa, suggerimento in seguito ritirato dietro pressione di uno dei suoi direttori che aveva forti interessi nelle operazioni di borsa.
Nel contempo, alcuni operatori finanziari decisero che avrebbero potuto realizzare un maggior profitto trasformandosi da speculatori al rialzo in speculatori al ribasso e iniziarono a svendere le proprie azioni: la vendita delle azioni acquistò gradualmente velocità e il 23 ottobre più di sei milioni di azioni vennero negoziate a prezzi sempre più bassi. Il giorno seguente, il "giovedì nero", ne furono negoziate più del doppio. Il lunedì nove milioni di azioni cambiarono di mano; il valore delle azioni era calato di quattordici miliardi di dollari in meno di una settimana. Poi, il "martedì nero", si verificò il crollo della borsa: il prezzo delle azioni di numerose imprese di grandi dimensioni precipitò. Quel giorno più di sedici milioni di azioni vennero negoziate e il valore delle stesse calò di altri dieci miliardi di dollari. Ciò ebbe un riflesso immediato sulle altre borse degli Stati Uniti, da Chicago a San Francisco.






Il sogno americano di una prosperità senza fine andò improvvisamente in frantumi.



Al crollo della borsa di Wall Street seguì pertanto la chiusura di migliaia di banche, prese d’assalto dai risparmiatori per ritirare il proprio denaro e in un rapido susseguirsi di eventi le aziende furono trascinate nella catastrofe. Nello stesso tempo per mancanza di acquirenti si contrassero ulteriormente le vendite, si ridusse la produzione, migliaia di fabbriche e di imprese fallirono licenziando operai e impiegati.

Le più colpite della crisi economica furono naturalmente le fasce deboli della società americana (la piccola borghesia e il proletariato industriale), mentre i super milionari e le grandi corporations non soltanto ne uscirono indenni, ma continuarono ad incrementare il loro potere assorbendo le industrie fallite e le terre abbandonate da migliaia di famiglie contadine. Anche nell’agricoltura la situazione era diventata improvvisamente drammatica. Molti allevatori e contadini, non riuscendo a vendere i loro prodotti per l’improvviso restringimento del mercato, precipitarono nella miseria e si videro costretti a cedere terre e fattorie. Nelle città le file per la tessera del pane, gli accampamenti dei vagabondi nelle periferie, l’esercito di giovani vaganti alla ricerca disperata di lavoro divennero una realtà quotidiana.

Le cause principi del "giovedì nero" della borsa di Wall Street e la conseguente depressione sono state individuate nella sovrapproduzione dei beni di consumo durevoli (automobili, abitazioni, mobili) che superarono le capacità d’acquisto dei ceti medio-alti, ai quali erano destinati, e che rimasero invenduti provocando la crisi delle aziende, le cui azioni persero valore in borsa, e nel tipo di gestione delle industrie, condotte da tecnici dediti alla ricerca dei massimi utili possibili, del tutto indifferenti ai bisogni generali del paese producendo, ad esempio, beni di consumo superflui da cui trarre profitto e sfuggendo dai problemi relativi alle abitazioni, ai trasporti pubblici, ai servizi.


 
 







SUPERTASSA SULLE CASE IN CINA

Hong Kong, l’Hang Seng è scivolato dello 0,2% a causa di un rovescio del settore immobiliare dovuto all’introduzione di una tassa speciale (15%) sull’acquisto delle case da acquirenti corporate offshore, assieme ad altre misure mirate a raffreddare la salita dei prezzi.
Lo Shanghai Composite ha chiuso a -0,1%, in rosso anche il Nikkei Stock Average (-0,1%), mentre il sudcoreano Kospi ha guadagnato lo 0,1%, e l’australiano S&P/Asx 200 lo 0,4%. L'euro è poco mosso a Tokyo rispetto venerdì: la moneta unica è scambiata a 1,29 dollari e a 103,14 yen, con le ricoperture scoraggiate dopo che la Spagna ha diffuso il dato sulla disoccupazione salita al 25%. Il dollaro, invece, è salito a 79,78 yen, in attesa della riunione del board di domani della Bank of Japan (BoJ), dalla quale si attendono nuove misure di allentamento monetario.

Nel frattempo, la crisi di governo a Tokyo continua. Il primo ministro giapponese, Yoshihiko Noda, ha avvertito che lo Stato potrebbe cessare presto di funzionare a causa di un blocco politico che non permette al governo di emettere obbligazioni. "Se la situazione continua, i servizi amministrativi si fermeranno, il che peserà sulla vita quotidiana della gente e ostacolerà la ripresa economica", ha dichiarato Noda davanti alla Camera dei deputati.

Honda Motor ha chiuso il trimestre al 30 settembre con un utili netti di gruppo in rialzo del 36,1%, ma ha tagliato le stime d'esercizio al 31 marzo 2013 da 470 a 375 miliardi di yen (da circa 4,7 a 3,75 miliardi di euro), a causa di uno yen sempre troppo forte e del boicottaggio in Cina verso i prodotti nipponici dopo il duro scontro tra Tokyo e Pechino sulle contese isole Senkaku/Diaoyu. Il titolo ha perso il 4,3%. Le cattive notizie di Honda si sono ripercosse sull’intero settore auto: Toyota Motor -0,8%, Nissan Motor - 2%, Hyundai -2,7% e Kia -3.5% (in Sud Corea).

NTT DoCoMo è crollata del 5,9% a Tokyo dopo che l’operatore di tlc ha lanciato un profit outlook. Alla stesso modo, a Taiwan, Htc ha perso il 7% dopo aver annunciate venerdì che si attende entrate, nel quarto trimestre, in calo del 41% rispetto ad un anno fa.



FOCUS SU CAMPARI



Seduta pesante per Campari a Piazza Affari dopo che Deutsche Bank ha tagliato il rating sul titolo da buy a hold. Il target price resta a 6,2 euro contro una quotazione attuale in borsa a 6,25 euro (-2,49%). Per la banca è arrivato il momento di prendere "un digestivo" dopo che il titolo Campari è salito del 24% da inizio anno periodo durante il quale la performance operativa è stata impegnativa e le pressioni macro sono aumentate.

La crescita del gruppo nel secondo
semestre dovrebbe accelerare anche grazie alla recente acquisizione, che dovrebbe stimolare l'aumento dell'utile per azione nel prossimo anno, ma nel più breve termine con le pressioni competitive su Aperol e le crescenti difficoltà in Italia il rischio di previsione è "sottilmente equilibrato". Per cui, con l'azione che ora scambia a 18 volte il P/E 2013, il margine di upside per DB appare limitato.

A riprova della
qualità degli asset di Campari e del suo management c'è il fatto che ha
l'azione ha segnato la migliore performance nel suo settore negli ultimi dieci anni. Tuttavia, "le difficoltà macro hanno iniziato a pesare sulle previsioni, calate del 10% circa in 12 mesi e Aperol, uno dei principali motori della crescita della società, sta rallentando, anche se probabilmente in modo temporaneo. Nonostante questo, le azioni si sono rivalutate sia in termini assoluti che in termini relativi e ora la valutazione è tirata".

Anche in vista dei conti che Campari pubblicherà il prossimo l
unedì 12 novembre. L'assenza di vari venti contrari (la controversia commerciale in Germania, i problemi legati alle attese in Brasile, i ritardi di spedizione in Russia) significa che il terzo trimestre dovrebbe mostrare un'accelerazione rispetto al primo semestre 2012.

Nel dettaglio, Deutsche Bank si aspetta una crescita organica delle vendite del 4,6% (323,7 milioni di euro) contro il 3,2% del primo semestre. A fronte inoltre di un calo di 30bp del margine lordo e di un balzo di 100 punti base dell'A&P (advertising and promotion spending), l'ebit di Campari dovrebbe essere pari a 74 milioni di euro, in crescita di appena il 4% anno su anno.






RATING AZIONARI DEL 29 OTTOBRE



PIAGGIO: nonostante le previsioni negative degli utili, l misure di protezione prese dal gruppo (sconto della vendita delle due ruote di quasi il 6% rispetto al 20119 sembra ben disporre gli analisti oer il futuro, perciò Banca Akros promuove la società con un buy a 2,60€ di t.p.
RCS MEDIAGROUP: secondo indiscrezioni il piano di ristrutturazione del gruppo sarà molto severo e questo complica la vita già travagliata del titolo. Categorici da Banca Akros con un sell a 0,83€
SALVATORE FERRAGAMO: dopo il piccolo “relax” che il titolo si è preso la settimana scorsa con un underweight dato da Morgan Stanley, oggi, l’azienda simbolo del lusso italiano riparte con la fiducia di Bank of America e un buy a 19,50 di t.p.
ZIGNAGO VETRO: sembrano resistere alla crisi i componenti del gruppo Zignago e da Banca Imi incassano un buy a 5,64€.
RECORDATI: l’accumulate di Banca Aktro fa pensare che la cavalcata trionfale del titolo, dovuta più che altro ai mercati esterni, possa trasformarsi in realtà. T.p 7,30€.

sabato 27 ottobre 2012

INTERVISTA AL "PENTITO" DI WALL STREET












Le banche e gli hedge funds lo odiano perché va in giro ad aiutare avvocati e magistrati a decifrare gli aspetti più tecnici dei mercati. Nei suoi libri racconta le evoluzioni della finanza estrema, ormai lontana anni luce dall'economia reale. E nel futuro vede ancora molti guai. Anche in Europa, nonostante "Super Mario"Trent'anni passati in finanza. Come consulente ed esperto di derivati per banche, governi e società private. Poi, gradualmente, il distacco da un mondo che "somigliava sempre di più ad Alice nel Paese delle Meraviglie", solo che si giocava con le sorti dell'economia mondiale. Satyajit Das oggi vive in Australia ed è pressoché introvabile. Da quando è "passato dall'altra parte", scrivendo libri di denuncia diventati best seller, si è fatto parecchi nemici. Alle banche e ai fondi di investimento non piace quello che fa: collaborare con team di avvocati e legislatori fornendo un parere tecnico sulla presenza o meno di illeciti. Nell'ombra è coinvolto in diverse vertenze in giro per il mondo. Sa di non essere un missionario, ma considera questa sua "seconda vita" come un'occasione per contribuire al ripensamento di un modello economico che "così com'è non può più funzionare".

Nel suo libro, "Extreme Money", descrive il modo in cui la finanza ha cambiato pelle durante gli ultimi trent'anni. Quando e come il settore finanziario è diventato così potente?
"Per capirlo bisogna andare indietro di quarant'anni. Il periodo tra le fine dei '60 e l'inizio dei '70 è stato contraddistinto da una crescita molto bassa. Ci si iniziò a preoccupare di cosa stava succedendo alla crescita. Fu in quel clima che vennero eletti Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Andarono al potere non per chissà quali ideologie, ma perché avevano in mente un modello per far riprendere la crescita. Iniziò così il mito della deregulation, che nella finanza ha trovato il suo terreno più fertile. La deregolamentazione si mostrò in un certo senso efficace. La gente cominciò a indebitarsi, spesso scordandosi del rapporto tra investimenti e ricavi. Gradualmente ogni aspetto della vita divenne dipendente dal debito. Nel frattempo i protagonisti della finanza acquisirono sempre più potere: erano visti come dei "maghi", capaci di far proseguire la crescita all'infinito. Il nostro errore è stato illuderci che la deregulation fosse la formula magica. Poi ci sono diversi fenomeni che hanno contribuito alla composizione del quadro, come ad esempio, negli Usa, la privatizzazione dei risparmi personali sotto forma di fondi pensione. Ora il sistema è saltato ed è come se tutte le stelle si stessero allineando".

IL GLOSSARIO. LE PAROLE DELLA FINANZA INTERNAZIONALE

Quali sono le minacce di una finanza portata al suo estremo?
"In origine, i soldi avevano solo due scopi: come mezzo di scambio per beni reali o come deposito di valore. Ora sono diventati un mezzo per fare altri soldi. Abbiamo iniziato a usarli in un gioco autoreferenziale. Così facendo, abbiamo creato sempre più livelli nel sistema, perdendo completamente di vista il senso. Il risultato è che ci stiamo prendendo in giro da soli. Abbiamo portato la finanza al suo estremo, l'abbiamo spinta troppo lontano, tradendo l'unica vera fonte di valore: i comuni cittadini".

Sono passati quattro anni dall'esplosione della bolla dei mutui subprime. Cosa è cambiato oggi nel sistema? Possono i cittadini sentirsi più sicuri?
"C'è stato un gran mescolamento di carte, ma alla fine la situazione è rimasta la stessa. Anzi, il gioco è diventato ancora più estremo. Ora in campo non ci sono più solo le istituzioni finanziarie, ci sono anche i governi e le banche centrali. La legislazione è indietro anni luce. Prendiamo ad esempio il Dodd Frank Act, una delle leggi più buffe che io abbia mai visto. È la dimostrazione perfetta del metodo di lavoro del lobbista: dopo aver provato a rifiutare ogni forma di regolamentazione, convince il legislatore a lasciarsi aiutare, per poi creare una legge così complessa da fare acqua da tutte le parti. Ahimè, il gioco della extreme money non è cambiato e penso che non cambierà nel prossimo futuro. I nostri problemi stanno diventando sempre più seri, ma forse non ne abbiamo ancora avuto uno abbastanza grande. Potremmo aver bisogno di un evento davvero catastrofico".

Sia negli Stati Uniti che in Europa si è parlato molto della necessità di regolare in qualche modo l'High Frequency Trading. Ad oggi, però, il processo legislativo è ancora fermo "a causa della mancanza di dati certi", come ha detto Mary Shapiro della Securities and Exchange Commission. Come si esce da questa impasse? Crede davvero che l'HFT sia un fenomeno così "misterioso", pur essendo ormai dominante?
"Partiamo da due concetti. Il potere di lobbying di queste persone è sconfinato. E se non vuoi fare qualcosa, puoi trovare un migliaio di scuse per non farla. È come per il riscaldamento climatico: molti continuano a ignorare il problema dicendo che non ci sono abbastanza dati, e intanto la Terra si fa sempre più rovente. Vogliamo aspettare che ci sia una tragedia prima di dire che il sistema non funzionava bene? In generale, è molto facile capire i benefici di un'innovazione, mentre è più difficile intravederne i costi. Nel caso del sistema finanziario, i costi non sono neanche lontanamente paragonabili ai benefici. Andiamolo a chiedere ai greci o agli spagnoli, che sono stati costretti ad abbassare enormemente il loro tenore di vita".

Grazie per aver risparmiato gli italiani, malgrado i problemi della nostra economia. Cosa ne pensa dell'Italia di Mario Monti? In finanza lo conoscete piuttosto bene...
"Certo, il suo altolà a Jack Welch, ai tempi CEO di General Electric, fu memorabile. Monti è parte di un trend europeo, iniziato dalla Grecia, che ritengo molto preoccupante. Nella nuova Europa, dove le uniche a decidere sono Berlino, Parigi e Bruxelles, si è pensato che avere dei tecnocrati non eletti sarebbe stato più facile. Il guaio, però, è che ora l'Europa non ha più solo un problema di deficit economico, ma anche di deficit democratico. In una democrazia ci dovrebbe essere un po' più di confronto. Questa situazione mi fa venire in mente un concetto espresso da Voltaire: "I dottori prescrivono cure che conoscono poco a malattie che conoscono ancora meno a gente che non ne sa quasi nulla". Ecco, penso che gli economisti non stiano facendo molto meglio. Ho simpatia per il vostro "Super Mario", ma non credo che il sistema possa funzionare. Così si contiene, ma tra tre anni la bomba scoppia di nuovo. E cosa dire dell'UE, che stampa trilioni di euro, puntando tutto sull'austerità e su un buffissimo trattato di stabilità? È un meccanismo che non è sostenibile. È come avere il cancro e lasciare che le metastasi si estendano ovunque, invece di agire tempestivamente. Purtroppo, temo che l'Europa sia condannata ad avere un'economia zombie per un tempo molto lungo".

Come valuta l'operato delle agenzie di rating? Pensa che offrano rappresentazioni credibili dell'affidabilità di un Paese? In Italia, la Procura di Trani sta indagando sulla "singolare concomitanza e convergenza temporale" con cui Moody's, Fitch e Standard & Poor's hanno declassato l'economia italiana, quasi ci fosse stato un "accordo di cartello". Come commenta questa ipotesi?
Se ci fossero stati accordi o fughe di informazioni prima della comunicazione del downgrade, si tratterebbe di una questione molto seria e servirebbe un procedimento giudiziario per crimine. È un comportamento che non mi sorprenderebbe e che andrebbe punito in modo estremamente diretto. Va anche detto, però, che ora in Europa c'è la tendenza a demonizzare in maniera eccessiva le agenzie di rating, a vederle come il Male assoluto. Mi sembra un atteggiamento un po' ipocrita, visto che quando le economie europee ricevevano triple A andava tutto bene. Il rating della solvenza è molto difficile. In particolare, sfugge il senso di assegnare un punteggio a uno Stato. L'altro problema è come noi stessi utilizziamo le agenzie di rating. Ci basiamo troppo su di loro, senza guardare altro. Prima di fare un investimento, si dovrebbero considerare vari fattori. Altrimenti potrei mettere un gruppo di scimmie a premere un pulsante tripla A, e via. Bisogna fare qualcosa in prima persona per correggere il sistema e ognuno ha una parte di responsabilità, che sia per pigrizia, disattenzione o altro. Se non piace il modo in cui operano le agenzie, si potrebbe lavorare a un sistema migliore, magari basato sul no profit o gestito dalle Nazioni Unite.

Dopo tre decenni passati in finanza, lavorando per giganti come Merrill Lynch e City Group, ha deciso di passare dall'altra parte. Come è arrivato a questa scelta?
In realtà sono sempre stato un outsider. Rido molto, sono indiano e vengo da una famiglia di ingegneri. Ho fatto le scuole pubbliche, l'università e poi sono finito in finanza. Quando entrai nel banking c'era una mentalità diversa. Si parlava molto anche di cultura, ne rimasi affascinato. Poi, a cavallo tra gli anni '80 e '90, lo scenario iniziò a cambiare: le persone erano sempre più inquadrate, più ristrette mentalmente. Mi occupavo di derivati e ho visto con i miei occhi gli effetti della progressiva estremizzazione del gioco finanziario. Oggi il sistema funziona così: soggetti ricchissimi che fanno a gara a comprare/sviluppare l'algoritmo più avanzato. Il punto è che questi algoritmi non sono neutrali: agiscono come dei pugili, spiazzando gli avversari con delle vere e proprie finte pur di portare a casa un vantaggio. Non mi ritrovavo più in quel mondo e così ho deciso di fare il salto. Il prezzo è stato molto alto, sia in termini economici che di pressioni. Diciamo che non sono molto amato a Wall Street e dintorni... Ma ci sta, visto che ho deciso di mettere la mia esperienza al servizio di chi è chiamato a valutare la presenza di eventuali illeciti.

Che tipo di pressioni ha ricevuto? Come svolge la sua attività di "smascheramento degli squali di Wall Street"?

"Spiego alle persone quando ci sono gli estremi per una vertenza contro le banche. Sono coinvolto in diverse cause in giro per il mondo. Esprimo la mia opinione sulla base dei fatti. Non è compito mio dire se un soggetto ha agito nel rispetto delle leggi o meno, il mio ruolo è spiegare a chi deve decidere come sono andate le cose dal punto di vista tecnico. La mia conoscenza mi mette nella posizione di non poter essere attaccato. I miei manuali sono considerati testi di riferimento, per cui una banca non può venire da me e dire: "Non sai quello che dici". Collaboro con dei team di avvocati aiutandoli a valutare se c'è davvero un "real case". Allo stesso tempo, aiuto i legislatori a capire come stanno le cose e fare in modo che le leggi siano adeguate agli aspetti tecnici. Quanto alle pressioni da parte delle banche, ne ho ricevute di tutti i tipi: voltafaccia, minacce, tentativi di comprarmi, vere e proprie calunnie. Il punto, però, è che più fanno così più mi confermano che è giusto andargli contro. Nella vita ogni scelta ha un costo e io sono in pace con quello che faccio. Rispetto ad altre persone i miei sacrifici sono insignificanti, non penso certo di essere Madre Teresa di Calcutta. Però ho preso la lotta alla corruzione del sistema finanziario come una missione. Quando vedo qualcosa che non va, sono felice di alzarmi e dirlo a voce alta".

Nel suo libro scrive che "cambiare la finanza è come provare a cambiare gli dei". Come si fa - ammesso che sia possibile - a cambiare una divinità?
"È molto difficile. Credo sia necessario un processo a più fasi. Innanzitutto dovremo accettare che la crescita illimitata guidata dall'accumulazione di debito non può più funzionare. Poi avremo bisogno di un periodo di transizione. Bisognerà cambiare il processo di contribuzione alle campagne elettorali e sbrogliare la matassa di lobby e politica in cui ci siamo impantanati. Servirà un'infrastruttura legale basata sui principi. Prima di accingerci a un'impresa del genere, però, dobbiamo farci una domanda: vogliamo davvero la responsabilità individuale delle persone? Perché, se la vogliamo, c'è bisogno di un'alfabetizzazione finanziaria anche minima. Corsi a scuola, aggiornamento, formazione dell'opinione pubblica. E poi è inutile negarlo: a livello politico serve gente coraggiosa, qualcuno che voglia davvero cambiare le cose. Le mie aspettative per il futuro? [sorride] Sono positivo, ma non mi aspetto miracoli. Di certo sarà un periodo storico affascinante. Non facile da attraversare, ma affascinante. E questo di per sé conta già moltissimo".
20 aprile 2012
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